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Il libraio della strada


Il libraio della strada aveva un segreto senza voce. Ogni pomeriggio, pochi passi prima della sera, le sue mani disegnavano linee nell’aria divenuta più spessa per via dell’umidità.
Nessuno era mai riuscito a spiegare il perché di quei gesti e questo perché, a voler essere onesti, non erano stati poi in molti a porsi quella domanda.
Libri forse non ne aveva mai venduti, eppure la sua esistenza, al di là della strada, non era mai stata messa in discussione: nonostante nessuna licenza gli assicurasse il diritto, né alcun decreto ne avesse mai sancito la necessità, il libraio stava lì da sempre come a voler colmare il vuoto che, con la sua assenza, avrebbe lasciato nelle fantasie romantiche di chi voleva vedere una città diversa.

Non fui diverso dagli altri. Nemmeno io trovai mai il coraggio di acquistare un libro da quel vecchio. Non so perché, forse per il timore di disturbarlo o forse perché non avevo voluto interrompere quella consuetudine fatta di nulla ma significativa, tra la polvere sulle copertine e i pochi centesimi regalati per compassione.
Soltanto una volta, mi decisi a fare qualcosa.
Era già sufficientemente buio da far sì che nessuno mi vedesse; così raccolsi da dentro il migliore degli sguardi immaginari e sognai di andargli davanti e prendere un libro; un volume che lui mi avrebbe dato senza parlare, perché non ci sarebbe stato nulla da dire.
Nei miei pensieri si trattava di un dizionario delle parole mancanti: non ebbi il tempo di inventare il modo in cui funzionasse, ma credo che la sua utilità stesse nel dare conforto a tutti quelli che non riescono a dare nomi alle cose e ai pensieri.
Quando sognai quell’acquisto, il libraio aveva uno sguardo beffardo; forse mi aveva truffato, forse voleva farmi capire che semplicemente, per alcune circostanze, non esistono parole adatte.


Pubblicato il 29/3/2012 alle 21.36 nella rubrica Diario.

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