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Centoquindici



Oramai è certo. Qualcosa, tra la mia attenzione e i corpi su cui essa è solita posarsi, è fluido da dare ai nervi. Impossibile fare presa, nemmeno se con volontà viscosa facessi aggrappare l'una agli altri: tutto scivola senza lasciare traccia, come se nulla fosse accaduto o io non fossi esistito. Non lì, non in quel momento.
Nessuna possibilità di sporcarmi, averci a che fare è come immergersi di continuo in una sorgente purificatrice solo che, in questo caso, a essere delicatamente esfoliata è la sensibilità. Lindi e morti.
I discorsi sembrano cerini di scarto dimenticati sotto un cielo umido: inutili gli sforzi per accenderli cercando abrasioni di senso e poi, anche quando la fiamma miracolosamente apparisse, ci si accorgerebbe di tenere tra le mani un filo di paglia. Un attimo, tutto cessa e la pioggia a secchiate dissuade dal compiere altri tentativi. Sono le volte in cui vorresti un lanciafiamme o tutt'al più aver addomesticato un drago. Alla fine, però, non ti rimane altro da fare che accorgerti di quanto sia bello il buio e al diavolo la luce.

Le fiamme sincere, quelle che bruciano con rispetto e rigenerano, con una sofferenza che chiamarla dolce non sarebbe un ossimoro, esistono ma sono rare. Possono apparire quando meno te l'aspetti, contro ogni logica o istinto piromane. Accade e basta.
In questi casi bisogna agire con premura, dando al fuoco olio pregiato e desiderio eterno.


Pubblicato il 7/3/2012 alle 19.25 nella rubrica Diario.

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