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In limine



Solitudine da anticamera. Con la luce artificiale di un giallo cotto, diffusa a ricreare la sera, ho rinnegato il giorno e la sua stella. Pochi minuti come altre volte in passato; tante che se un sarto le ritagliasse per poi cucirle tutte insieme, ne verrebbe fuori un tessuto unico. Eternamente nuovo per la sua inutilità, ma senza rattoppi.
Posizonatomi a una distanza tale da rendere impossibile l'esperienza tattile e con lo sguardo perpendicolare, ho fissato la superficie dello specchio. Liscia, pulita e, come natura vuole, per niente trasparente.
Ho guardato. Ausiliare avere, perché dell'essere non c'era la necessità e la presenza. Di riflessività e riflessi, poi, neanche l'ombra; e poi, anche se quest'ultima ci fosse stata, sarebbe stata artificiale. Ombra in vitro.

Tutto è andato avanti così, per poco tempo ma sufficiente a darmi l'illusione di essere giunto, in punta di piedi, sulla soglia di una comprensione maggiore. Pochi istanti ancora e i punti interrogativi sarebbero scomparsi inghiottiti dal ribollire acquoso della conoscenza, trasformando i perché in preavvisi di risposte.
Ma è bastato un niente, una piccola disattenzione, per rendere tutto vano: in un modo che non saprei riprodurre, né spiegare, lo sguardo ha valicato il confine, fino a quel momento solido, dello specchio e lì vi si è tuffato. D'un tratto mi sono accorto di non essere solo: proprio davanti a me, con protervia indicibile, qualcuno mi fissava con una immobilità tale da farmi intendere che si trovasse lì ancor prima del mio arrivo.
Ho guardato. Ausiliare avere, dell'essere continuava a non esserci la necessità, anche se le presenze, questa volta, erano due.
Le ombre, invece, di più.

Pubblicato il 29/2/2012 alle 22.28 nella rubrica Diario.

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