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On the inner road



Quarta, quinta. La sesta non c'è. Ormai dovrei saperlo bene, come dovrei anche rendermi conto che quella che ho tra le mani e sotto il piede - ma in fondo è lei ad avermi - è soltanto un'utilitaria che, in quanto tale, a centoquaranta può arrivarci solo in quinta.
Ormai, che parola: definitiva più che definitoria. Sì, perché chi la usa in genere è più interessato a mettere sigilli e soffiare sull'inchiostro dei titoli di coda, che a specificare i confini dell'incomprensione, per non rischiare di vedere messe in discussione quelle certezze che sono condizione necessaria, ma insufficiente, per poter sbagliare. Quante volte ho pensato anch'io di dirla, quante quelle in cui continuerò a trovare modi alternativi per sbagliare.

L'acqua e le buche suggeriscono prudenza, l'altezza dei ponti minaccia e attrae per la sua condizione di liminalità. Il parabrezza in movimento, invece, potrebbe essere un pendolo e io, fingendo ingenuità, mi lascio ipnotizzare.
Viaggiare a questa velocità fa bene perché l'Ansia, nella sua ingombrante e tuttavia mimetica presenza, rimane indietro lasciando scie come olio di un motore che vorrebbe non saperne più. Meccanici liquidi umorali.
Però non sono sicuro di essere il primo in questa corsa. Anzi, ho il sospetto di essere il secondo o l'ultimo. Forse sto solo inseguendo. Corro, corro, corro, ma sembra avermi seminato. Dove sarà finito? Ma soprattutto, chi è?
Non importa, ho urgenza di continuare a schiacciare sull'acceleratore. Prima o poi ce la farò, ma adesso una pausa. Ecco un autrogrill.

«Una Mafalda, grazie».
«...»
«No, no, sono vegetariano. O meglio, vorrei diventarlo».

Non trovo il portafogli, ma riuscirò comunque a recuperare qualche moneta dalla tasca.

«Offro io, per questa volta. Avrai modo di ricompensarmi in futuro».

L'Ansia pagò il conto con monete da un centesimo e il rumore del nichel assorbì tutto.

Pubblicato il 1/2/2012 alle 19.34 nella rubrica Diario.

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