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Guardami, mi vedi?



Fissare un punto indefinito dello spazio mi sembra il modo migliore per traslocare la vista, spostando gli occhi una decina di centimetri più su, in un luogo dove non c'è bisogno di alcuna cavità per riuscire a vedere.
Guardare con la mente è qualcosa di diverso dal semplice immaginare: sul telo bianco e invisibile che mi si srotola davanti - ma in una posizione comunque interna alla coscienza - vengono proiettate immagini che, se in apparenza appaiono bidimensionali, in realtà sono più simili agli stereogrammi. Abbandonarsi a questo giogo mi conduce verso profondità inattese, dove ad agire non è più la volontà ma qualcosa di molto più labile e autonomo, imprevedibile come tutto ciò che ci possiede senza appartenerci.

Precipitando all'interno di questi quadri in movimento, il mio ruolo varia di momento in momento: protagonista, comparsa, semplice ornamento. Sono strappi di vita reale e possibile, ma è proprio quest'ultimo dettaglio a definire la loro distanza: potrebbero accadere, ma non esistono o perlomeno non adesso.
In questi luoghi i sensi hanno contratti part-time, servono ma fino a un certo punto: in realtà, non vedo, non sento, non annuso, non gusto e non tocco; eppure è come se le mie pupille si dilatassero per assorbire quanta più luce possibile, capita di abbandonarmi all'ascolto di racconti incredibili, mi stupisco per la delicatezza di certi profumi, mordo e sfioro.
Tutto ciò può durare pochi minuti ed apparire eterno, anche se mai a sufficienza.

Pubblicato il 29/1/2012 alle 2.19 nella rubrica Diario.

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