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Letisia piovana



Ha ripreso a piovere, piano e a intermittenza che ti viene da guardare al cielo per assicurarti che si tratti soltanto di acqua. Magari un po’ acida, ma pur sempre acqua.
Se questa sera non fossi fortunato, probabilmente riuscirei ad arrivare fino al portone perfettamente asciutto. Ma non è così e dunque non c’è bisogno che io saltelli qui e lì, come si faceva tanti anni fa lanciando una pietra non prima d’aver tracciato, per terra e con il gesso, rettangoli numerati.
Il freddo punge la gola e la luce della notte, lontano dai lampioni, sembra quasi pulita. Da qualche parte, dietro una nuvola o un palazzo, la luna è ancora piena.
Ho perso il conto delle volte in cui ho tagliato in diagonale questa piazza, di giorno sporca di gente, di notte sporca e basta. Tenere un tal genere di bilancio, tuttavia, sarebbe stato superfluo perché in fondo si tratta semplicemente del cammino più breve.
Svoltando l’angolo, la pioggia si fa più forte e, serena, bagna un muro su cui una esse è stata confusa con una zeta. Le stelle qui non si vedono o semplicemente non esistono.

Pochi secondi, qualche movimento ripetitivo e l’acqua rimane fuori. In questa stanza, complice una stufa che sputa aria polverosa, fa decisamente più caldo.
Questa notte porterà con sé la colpa per una fotografia non scattata e l’insicurezza data dal non sapere se domani ci sarà la stessa luce o se, invece, sarò io a essere diverso.
Me lo chiedo, con il bicchiere vuoto e il vino finito.    

Pubblicato il 11/1/2012 alle 10.47 nella rubrica Diario.

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