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Buon onomastico



Un uomo era totalmente preso dall'attimo: svitare quella minuscola vite - che a occhio nudo sarebbe parsa a tutti un ago dritto e pungente, senza vortici che potessero farla sprofondare con delicatezza - contava più di ogni altra cosa. Era un orologiaio e non aveva nome.
O almeno cosi era per quelle poche persone che, di tanto in tanto, gli si rivolgevano per cambiare le batterie del proprio contatempo, oppure - in genere ad avanzare queste richieste erano i più scortesi - chiedendo di sostituire il cinturino, come se bastasse un lembo di pelle a rinnovare. Una volta, una donna, giovane nell'aspetto ma meno negli occhi, gli domandò:
«Potrebbe portare indietro le lancette?», senza dire di quanto e perché. 
Pure quel giorno non gli fu chiesto come si chiamasse e lui non se ne crucciò; anche se, a essere onesti, la particolarità di quel desiderio gli aveva concesso l'opportunità di immaginare un altro esito. Ma solo per poco. Viveva in una grande città e vi erano talmente tanti nomi che ogni giorno si avvicinavano, separavano e sovrapponevano, da far sì che non vi fosse nulla di cui stupirsi se chi entrava in quel buco, illuminato soltanto per metà, non avesse tempo per giocare con l'onomastica.

In quegli stessi secondi, dall'altra parte della strada ma fuori dalla visuale dell'orologiaio - che comunque non avrebbe avuto modo di accorgersi di nulla, poiché per lui vi era soltanto la vite -, un uomo sputò a terra e prese a calci un cane. Ebbe modo di dargliene soltanto uno perché il cane scappò via. E poi un attimo non è granché, se si bada alla quantità. 
Un po' più oltre, davanti a una buca delle lettere, una mano teneva una busta proprio davanti alla bocca di lamiera che, disgraziata, non aveva ben capito quale fosse il suo destino: ingoiare o vomitare?
A distanze siderali, infine, - in una terra dove gli orologi segnavano numeri diversi - quella stessa donna, meno giovane nell'aspetto ma identica negli occhi, aveva iniziato a far defluire il sangue dai propri polsi. Il sonno pervasivo andava avanti, le pillole acquistate la sera prima si erano rivelate davvero un prodotto di qualità.
Anche se avesse scelto di gridare o chiamare qualcuno, non ci sarebbe riuscita perché la mente era appannata e sembrava aver perso tutti i nomi.
Morì, ma prima ebbe il tempo di ricordare - senza capire il perché di ciò - la volta in cui aveva tanto desiderato chiedere a quello strano orologiaio, immerso in quei continui ticchettii, come si chiamasse. Ma accadde a dieci ore di volo da casa e lei, purtroppo, non era mai stata brava con le lingue.
L'odore di ferro si diffuse, lei desiderò trattenere quell'immagine, senza riuscirci. Era troppo tardi.
 
 

Pubblicato il 3/11/2011 alle 12.58 nella rubrica Diario.

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