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meaninglessness
heavy is the cost
3 aprile 2012
Desiderio anteriore


Un rimasuglio di autunno è scivolato dal cielo portandosi dietro un grigiore londinese che uniforma tutto quel che incontra.
Il vento, osservato da dietro i vetri, muove le poche foglie che si intravedono da questa postazione di solitudine esterna - oggi è martedì e adesso è mattina - ma non ha temperatura. Potrebbe essere scirocco o maestrale, non lo saprei; e, probabilmente, non costituirebbe rimpianto.
Dai terrazzi riprende a piovere terra vulcanica: dicono che sia troppo spessa per poter realmente attraversare le vie respiratorie, eppure a me pare di non fare altro che respirare nero. Sono certo che, se qualcuno facesse un giro per i miei polmoni, si perderebbe nel buio rimanendo imprigionato in un respiro trattenuto.
No, non fumo.

Ma chi mi assicura che questa parentesi novembrina sia un flashback e non un'anteprima di ciò che sarà? Del prossimo autunno ugualmente bello - in linea teorica, estetica, immaginifica - ma diverso? Non so.
Ho la sensazione di non aver mai pensato al futuro tanto quanto nell'ultimo anno, ma è come se lo avessi fatto senza utilizzare i tempi verbali appropriati. Errori di missaggio tra il pensare e il sentire, sbavature e inversioni di rotta.
Una cosa, però è certa: la giornata che volge verso la sua metà non ha nulla a che vedere con l'autunno. E' soltanto aprile. 



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DIARI
30 marzo 2012
Confronti perduti


Ho sempre confuso la cellulosa con la celluloide, la letteratura con il cinema, i sogni con i sogni.
La vita no, perché manca il termine di paragone. E forse non solo quello.

(Anonimo Alcolista)



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DIARI
29 marzo 2012
Il libraio della strada


Il libraio della strada aveva un segreto senza voce. Ogni pomeriggio, pochi passi prima della sera, le sue mani disegnavano linee nell’aria divenuta più spessa per via dell’umidità.
Nessuno era mai riuscito a spiegare il perché di quei gesti e questo perché, a voler essere onesti, non erano stati poi in molti a porsi quella domanda.
Libri forse non ne aveva mai venduti, eppure la sua esistenza, al di là della strada, non era mai stata messa in discussione: nonostante nessuna licenza gli assicurasse il diritto, né alcun decreto ne avesse mai sancito la necessità, il libraio stava lì da sempre come a voler colmare il vuoto che, con la sua assenza, avrebbe lasciato nelle fantasie romantiche di chi voleva vedere una città diversa.

Non fui diverso dagli altri. Nemmeno io trovai mai il coraggio di acquistare un libro da quel vecchio. Non so perché, forse per il timore di disturbarlo o forse perché non avevo voluto interrompere quella consuetudine fatta di nulla ma significativa, tra la polvere sulle copertine e i pochi centesimi regalati per compassione.
Soltanto una volta, mi decisi a fare qualcosa.
Era già sufficientemente buio da far sì che nessuno mi vedesse; così raccolsi da dentro il migliore degli sguardi immaginari e sognai di andargli davanti e prendere un libro; un volume che lui mi avrebbe dato senza parlare, perché non ci sarebbe stato nulla da dire.
Nei miei pensieri si trattava di un dizionario delle parole mancanti: non ebbi il tempo di inventare il modo in cui funzionasse, ma credo che la sua utilità stesse nel dare conforto a tutti quelli che non riescono a dare nomi alle cose e ai pensieri.
Quando sognai quell’acquisto, il libraio aveva uno sguardo beffardo; forse mi aveva truffato, forse voleva farmi capire che semplicemente, per alcune circostanze, non esistono parole adatte.





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28 marzo 2012
In memoria di una goccia


Da una margherita con la corolla di calcare e ruggine, una piccola quantità di liquido tentennava, timida.
Non aveva occhi e forma, eppure guardava giù perché, in una parte remota della sua coscienza doppiamente idrogenata, stava scritto quale sarebbe stato il suo destino.
Il tempo, poi, non giocava di certo a suo favore: secondo dopo secondo, fremito dopo fremito, il suo corpo prendeva forma. Si ingrossava e rafforzava nella rotondità; diventava pesante e matura. Era decisamente bella, vestita di pelle lucida e trasparente.
Oramai cosciente di cosa fosse, abbandonò le paure e, confidando in quella nuova acquuosa solidità, pensò che sarebbe potuta diventare la prima goccia eterna. Ma la speranza la saturò e ancor prima che potesse accorgersi dell'illusione, cadde.
Si schiantò sulla superficie di marmo e lì si disfece come tutte le altre, andando ad alimentare quella fossa comune e anonima chiamata vasca da bagno.



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DIARI
15 marzo 2012
Toc toc


Un corridoio interrotto nella sua lunghezza da un numero finito di porte. Bisogna prestare attenzione soltanto a quella che si trova immediatamente davanti, aprirla e solo dopo preoccuparsi della successiva. Avanti così, sino alla fine.
Lo consigliano in molti, sarebbe il modo per vincere ogni tipo di sfida: razionalizzare l'impresa, visualizzare l'obiettivo, se è il caso anche depauperarlo delle specificità che lo contraddistinguono, prosciugandolo, al contempo, dei sovradosaggi emotivi che potrebbero far sbagliare la mira.

Ma riuscire ad aggrapparsi con la mano all'unica maniglia tangibile, evitando che la mente corra e sbatta contro le porte che dovranno venire magari perché distratti da quelle richiuse poco prima, non è un'impresa da poco. E' roba per equilibristi: equivale, infatti, a riuscire a stare con entrambi i piedi sullo stesso momento. Per sollevarsi sulle punte in un punto infinitesimale dello spazio, ci vogliono fasciature da geisha.
Dove posso andare, io, con il mio quarantuno instabile?

Continuo a rastrellare memorie che appartengono al futuro e inventarmi deja-vu che sono desideri. Riesco a stupirmi di ciò che è successo senza accadere e a rammaricarmi per le azioni mancate nei sogni più reali.
Stavo quasi per dimenticarlo: i miei corridoi sono tutti circolari. 





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13 marzo 2012
Cookie monster


Come in una confusa metonimia mi alterno tra il ruolo di contenuto e quello di contenitore. Giaccio al confine di me stesso tra pensieri che fanno da dogana a uno stato che se ne fotte del villaggio globale.
Da queste parti le sensazioni, prima di poter accedere, vengono messe sotto sopra e a volte, se si vuole ottenere il visto, bisogna far scivolare qualche biglietto colorato nella tasche del gendarme. Per il resto, le emozioni viaggiano di contrabbando.

A fior di pelle, non vengono i brividi... gira la testa. E la mia gira mentro io la giro: dietro, davanti, dentro, fuori. Sono già fuori, e stavolta non me ne sono neanche accorto. Eccomi a pochi passi da me: mi riconosco, ma non mi conosco e viceversa. Ma lui - ovvero io - non lo sa: non sa che lo spio da diverso tempo, seguendolo fin dentro al cesso della ragione, senza voyeurismo ma con curiosità afflitta. Cosa è che fa? E, soprattutto, perché?

Da qualche sera, l'arrivo della notte ci pesa - dico così perché penso di poter parlare anche a nome suo - ma non per la sua natura, che rimane sognante, bensì per il suo esserci a fine della giornata. Una dopo l'altra, le notti sembrano rincorrersi a velocità sempre più elevata con promesse che non trovano nemmeno il tempo per essere mantenute. Forse, se il buio fosse subito dopo l'alba, sarebbe tutto un po' più semplice.

Disturbo bipolare o bipolarismo disturbato?
Non lo so, ma da tempo sostengo che bisognerebbe ritornare al proporzionale.



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DIARI
7 marzo 2012
Centoquindici


Oramai è certo. Qualcosa, tra la mia attenzione e i corpi su cui essa è solita posarsi, è fluido da dare ai nervi. Impossibile fare presa, nemmeno se con volontà viscosa facessi aggrappare l'una agli altri: tutto scivola senza lasciare traccia, come se nulla fosse accaduto o io non fossi esistito. Non lì, non in quel momento.
Nessuna possibilità di sporcarmi, averci a che fare è come immergersi di continuo in una sorgente purificatrice solo che, in questo caso, a essere delicatamente esfoliata è la sensibilità. Lindi e morti.
I discorsi sembrano cerini di scarto dimenticati sotto un cielo umido: inutili gli sforzi per accenderli cercando abrasioni di senso e poi, anche quando la fiamma miracolosamente apparisse, ci si accorgerebbe di tenere tra le mani un filo di paglia. Un attimo, tutto cessa e la pioggia a secchiate dissuade dal compiere altri tentativi. Sono le volte in cui vorresti un lanciafiamme o tutt'al più aver addomesticato un drago. Alla fine, però, non ti rimane altro da fare che accorgerti di quanto sia bello il buio e al diavolo la luce.

Le fiamme sincere, quelle che bruciano con rispetto e rigenerano, con una sofferenza che chiamarla dolce non sarebbe un ossimoro, esistono ma sono rare. Possono apparire quando meno te l'aspetti, contro ogni logica o istinto piromane. Accade e basta.
In questi casi bisogna agire con premura, dando al fuoco olio pregiato e desiderio eterno.





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5 marzo 2012
In terra, in cielo e da nessuna parte


Non scriverò di nulla in particolare e nemmeno in generale. Sarà solo un flusso di coscienza, uno di quelli aridi come il letto di un fiume in secca. Perché d'altronde qui non è Dublino e per trovare la siccità - un certo tipo di siccità - non bisogna di certo aspettare la stagione calda e malata che, da queste parti, si stiracchia troppo in là lungo il calendario finendo, ogni anno, per prendere a calci l'autunno. Sarà un flusso di coscienza che boccheggia a causa di qualche segno di interpunzione di troppo e per altrettante aritmie del pensiero. Ci sono certi pesi che risultano di compagnia maggiore alla vacuità di personaggi che sarebbero rifiutati da qualsiasi autore e non solo per via della crisi economica. Nemmeno otto righe e ho rischiato di far credere - a chi? - di saperne qualcosa di Joyce, Kundera e Pirandello mentre invece conosco solo Boebbels e i suoi eteronimi senza nome. Chissà se riuscirò mai a comprendere quella particolare categoria di umani riconoscibili come pessimisti sinceri. Io, ad esempio, non lo sono. Sincero? Pessimista? La cultura popolare, tra i tanti, conserva un monito: uno - la cui identità immagino che sia ignota a tutti - morì aspettando. Io, che non sono pop e nemmeno colto, penso che tutti muoiono aspettando. Qualcuno, qualcosa o se stessi. Ed è per lo stesso motivo che vivono. E' di nuovo quasi sera e ciò è incredibile: mi inquieta e mi illude di non so quale serenità. Adesso però la smetto, non vorrei rischiare di scimmiottare il Pessoa che si pavoneggia. Oh, scusate, volevo dire Bernardo Soares. Amico di Boebbels.



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DIARI
29 febbraio 2012
In limine


Solitudine da anticamera. Con la luce artificiale di un giallo cotto, diffusa a ricreare la sera, ho rinnegato il giorno e la sua stella. Pochi minuti come altre volte in passato; tante che se un sarto le ritagliasse per poi cucirle tutte insieme, ne verrebbe fuori un tessuto unico. Eternamente nuovo per la sua inutilità, ma senza rattoppi.
Posizonatomi a una distanza tale da rendere impossibile l'esperienza tattile e con lo sguardo perpendicolare, ho fissato la superficie dello specchio. Liscia, pulita e, come natura vuole, per niente trasparente.
Ho guardato. Ausiliare avere, perché dell'essere non c'era la necessità e la presenza. Di riflessività e riflessi, poi, neanche l'ombra; e poi, anche se quest'ultima ci fosse stata, sarebbe stata artificiale. Ombra in vitro.

Tutto è andato avanti così, per poco tempo ma sufficiente a darmi l'illusione di essere giunto, in punta di piedi, sulla soglia di una comprensione maggiore. Pochi istanti ancora e i punti interrogativi sarebbero scomparsi inghiottiti dal ribollire acquoso della conoscenza, trasformando i perché in preavvisi di risposte.
Ma è bastato un niente, una piccola disattenzione, per rendere tutto vano: in un modo che non saprei riprodurre, né spiegare, lo sguardo ha valicato il confine, fino a quel momento solido, dello specchio e lì vi si è tuffato. D'un tratto mi sono accorto di non essere solo: proprio davanti a me, con protervia indicibile, qualcuno mi fissava con una immobilità tale da farmi intendere che si trovasse lì ancor prima del mio arrivo.
Ho guardato. Ausiliare avere, dell'essere continuava a non esserci la necessità, anche se le presenze, questa volta, erano due.
Le ombre, invece, di più.



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DIARI
26 febbraio 2012
Hanno ammazzato il Tempo, il Tempo è vivo


tratto da un romanzo incompiuto di K. Boebbels


Era sempre stato solito ammazare il Tempo, nei modi più strani e ricercati. Una cura assassina che difficilmente si riscontra nei fatti della vita.
La prima volta accadde tutto per caso, in un'età in cui non gli era ancora ben chiaro cosa significasse morire. Quel tardo pomeriggio si trovava davanti a un forziere che in realtà non era altro che una cassa di legno con le giunture in ferro, ma che tuttavia a uno sguardo ingenuo somigliava in tutto e per tutto a uno di quei rudimentali scrigni che avrebbero arredato le storie di pirati in cui, da lì a poco, si sarebbe tuffato centinaia di volte. Non appena avesse imparato a leggere.
All'interno non aveva trovato dobloni e nemmeno coppe d'oro, solo cianfrusaglie e dunque preziosi che avrebbero fatto invidia anche al più ricco dei re. Una bambola di pezza buona per le femmine, tre gomitoli - giallo, rosso e grigio - un libro su cui era disegnata una signora lunga, con un vestito blu, anch'esso lungo, e un ombrello senza pioggia. Dopo la signora, un sacco di carta che, se avesse saputo contare fino a più di cinque, avrebbe saputo quantificare come troppa. Dentro alla cassa c'era anche un piccolo aggeggio di vetro duro e sporco con dentro sabbia di un giallo più giallo di quella che gli era rimasta attaccata addosso la volta in cui suo padre aveva tentato di annegarlo. O almeno così gli era parso.
Quel pomeriggio, che nel frattempo era diventato quasi sera e fame, ebbe modo di imparare una tecnica per permettere alla sabbia di passare da una parte all'altra di quello strano affare. Bastava capovolgerlo di continuo: un gioco da niente ma divertente. Andò avanti per un bel po': secondi e minuti, fino al momento in cui, stanco di quelle continue capriole, decise di lasciarlo fermo a metà. Orizzontale come quando si dorme o, come ebbe modo di scoprire successivamente, si muore. Il Tempo era stato ucciso. Omicidio colposo.
Iniziato senza nemmeno saperlo a quella pratica, migliorò in esperienza e fantasia. La colpa, e i suoi sensi, invece cedettero ben presto il passo al dolo sadico.
Il Tempo non ebbe così tregua, né riposo, cosa quest'ultima in linea con la natura poco sedentaria della vittima. Una volta riuscì pure a sgozzarlo con una fantasia prodotta a occhi aperti puntati contro il buio: dalla gola del Tempo, quella notte, iniziarono a gocciolare i secondi; uno dopo l'altro, con puntualità. Che strano salasso fu quello.
Poi una mattina...





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DIARI
24 febbraio 2012
Uffa che noia. E' una citazione, quindi non rompete


Polvere di ruggine addosso. Ogni gesto e attacco di discorso, qualsiasi reazione, si porta dietro una scia di disuso.
Come stare dentro a un dipinto ed essere incapaci di rimanere fermi: appena posso mi allungo, fino a sporgermi oltre la cornice per poi vedere quel che è rimasto della composizione. La mia figura a metà, divisa tra palco e soppalco.
L'immagine reale, l'esperienza, stridono contro non so quale ideale, nonostante mi ostini a ricacciarlo in fondo, tenendogli la testa sott'acqua a oltranza. Ma i miei ideali sono anfibi e l'unica cosa da fare, forse, sarebbe quella di sparargli contro, sperando di non riscoprirli pure zombie.

Apro porte come nei sogni più inflazionati, ma finisco per sedermi sempre sulla stessa poltrona. Tra le mani ho la passepartout più inutile che ci sia. Tutto stanca e lo fa a una velocità tale da far invidia anche ai neutrini più dopati.
Basta poco e il nuovo perde quella che era sembrata una insperata fluidità. Fottuto ottimismo. I colori finiscono per cicatrizzarsi, lasciando scarabocchi.
Tutti parlano, ma nessuno dice qualcosa. E non se ne accorgono: sorrisi e smorfie per colpire l'altro e ricordare a se stessi di esserci. Nonostante la mia attenzione sia ai minimi storici, non posso fare a meno di farmi prendere a pugni dall'ovvio, dal già detto che anche se non fosse stato detto non se ne sarebbe sentita la mancanza, dal vuoto che ingombra e fa baccano.  
Ma perché non vi state zitti? Perché non dite qualcosa?




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DIARI
19 febbraio 2012
Al di qua della notte


Non sarebbe un momento giusto, questo, per scrivere. E in realtà, davvero non lo è. Nessun nuovo nodo in profondità, né sopraggiunte viscosità in superficie che forniscano alibi per trovare parole che strapperanno al silenzio soltanto il ticchettare plastico di questi tasti consunti, ma ancora perfettamente riconoscibili.
Mantenendo la scomodità di una postura che farebbe sudare freddo qualsiasi fisiatra, cerco di capire quale figura retorica potrebbe spiegare il motivo per cui scelgo di spezzarmi la schiena e il collo, perpetuando l'antico - almeno per me - gioco di bloccare la circolazione sanguigna delle gambe. Sentire il piede non essere più parte di me fa sempre un certo effetto. Particolare al punto da darmi il pretesto per utilizzare quella parola tanto bella che graficamente vive così: straniante.

Se il momento fosse quello giusto, scriverei di un libro di fotografie sconosciuto tenuto da una donna con le spalle nude, dello spessore del buio in cui sprofondo come fosse più piuma che gomma, di una scala a chiocchiola senza fine e sempre più stretta che si percorre solo in discesa, con una candela in mano che non vuole saperne di rimanere accesa e la cera che, bollente, cola sulla pelle creando bassorilievi senza codice. Esegesi della casualità.

E invece un'altra notte sta per bussare alla finestra, perché è da lì che è solita arrivare, almeno per me. L'attesa che la precede è la stessa di sempre, ma non per questo svuotata di trepidazione. Quante cose ci si promette di fare di notte, quanti desideri da esprimere, rimandando alla successiva il momento del loro esaudimento.
E' con le stelle in cielo e il sole chissà dove che ho avuto le maggiori mancanze, i più grandi rimpianti. Ma sono cose che non fanno male, episodi dai contorni sonnolenti incapaci di lasciare strascichi e tagliare.
Forse consiste proprio in questo la magia della notte: non importa se le cose accadano o meno. Anche perché, male che vada, domani è un'altra notte.



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DIARI
13 febbraio 2012
Carne da macello


Estrarre la vita da un viso prosciugandolo dal suo sentire. Lavarlo con lo sguardo facendo sì che, dalle increspature della pelle, dalle distanze che separano la punta del naso dalle code degli occhi, dagli angoli della bocca, scivoli via l'abitudine come la crusca dal seitan.
Perché in fondo per gli altri, forse, non siamo altro che crusca: una protezione, a basso contenuto nutritivo, contro gli attacchi di virus e batteri. Scorze di storia soggettiva e di esperienze esterne.
Concentrarsi su di un corpo è un esercizio che conduce allo straniamento aprendo le porte della quotidianità al surrealismo: quando ciò accade, ci si riscopre attorniati da carne, estranea e nuova, dalle forme apparentemente sconosciute.
Non ho mai capito se, in questi casi, a sparire siano gli altri o soltanto me stesso.



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DIARI
8 febbraio 2012
Io e te, duecento pagine o poco meno


La colpa ha un nome, un cognome e un naso pendente, anche se non ricordo in quale direzione.
Conobbi Vitangelo Moscarda poco meno di vent'anni fa mentre mi trovavo in un posto lontano da qui, uno di quelli reali non solo nella mia mente. Era sera e, a dispetto di quel che mi stava attorno, c'era un fresco estivo e una tranquillità da terza età appagata o rassegnata. Io, invece, mi trovavo appena nella tappa d'esordio di questa corsa senza meta che è la vita, dove chi vi partecipa continua a pedalare più per la curiosità di capire quale curva ci sarà dietro la prossima, che per un reale interesse di arrivare al traguardo. Limite contrassegnato, peraltro, non da una bandiera a scacchi ma da un vessillo piratesco.

Erano i giorni che covavano la doppietta di Baggio alla Nigeria e Gengè - così, dopo un po', mi parve di capire che usasse chiamarlo la moglie - giaceva bianco e anonimo in mezzo a una confusione di bancarella; condizione questa che a posteriori mi sembrò caratterizzata da un'ineluttabilità tale da annullare qualsiasi moto emotivo nei confronti delle sorti di quel bancario smagrito.
Né compassione, né simpatia o repulsione, quando una cosa viene ricoperta dal cemento dell'inesorabile, si solidifica e diventa parte del paesaggio. Come un nuovo palazzo che va ad appesantire un altro squarcio di orizzonte: lo si accetta e basta; anzi, dopo qualche tempo, diventa quasi necessario. Perché ci sono volte in cui trovare punti di riferimento diventa un'urgenza e non si ha tempo per cercare la Stella Polare.

Vitangelo e io ci perdemmo prima di quando, forse, avremmo dovuto. Le nostre strade si separarono intorno a pagina duecento e io non ho mai saputo se sia morto o riesca ancora a fissarsi allo specchio. Oggi probabilmente la sua vista sarebbe più debole di un tempo, ma sono certo che mi riconoscerebbe se solo volessi incontrarlo nuovamente. Ma non lo farò, e non lo farò semplicemente perché è giusto che sia così.
Quei pochi giorni di giugno furono sufficienti per donarmi la sua condanna o - se lo si preferisce - per accarezzare la superficie della mia, all'epoca ancora in nuce. Con cura, fino a lucidarla.

Adesso non ho più bisogno di lui. So volare sulle mie ali e dare del tu ai miei demoni che dal canto loro, nel frattempo, hanno saputo perfezionarsi e crescere. Convivenza ineluttabile e rispettosa, come quella tra i libri della bancarella dove Vitangelo - quale tra i centomila e forse più? - stava ad aspettarmi, buona parte di una vita fa.

(Nell'immagine: Francis Bacon, Ritratto di George Dyer)       



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DIARI
6 febbraio 2012
Il mio tergicristallo non ha il posto fisso


Come tentare di fotografare la luna usando il flash. Mi sento proprio così, anche se non ho ben chiaro quale possa essere il significato, recondito o manifesto, di una tale metafora. Ma non credo che importi poi più di tanto: la sensazione ha risalito la coscienza e ivi si è depositata, per pochi secondi, prima di evaporare ed essere sostituita dall'altrettanto pregnante considerazione riguardante la precarietà del tergicristallo. Perché sì, il tergicristallo della mia auto non si annoia.

Mi piacerebbe almeno capire, però, quale sia il ruolo che mi spetta in questa scena percepita e non pensata: la luna, il flash, il diaframma, il dito, l'aria? O forse nulla di tutto ciò, magari soltanto un oggetto distante, situato in un luogo qualunque con sopra un cielo buio di luna nuova.



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DIARI
4 febbraio 2012
A Leonarda Cianciulli non importava se fosse acrilico o lana


Come stracci vecchi ma essenziali, prendo la cenere e lentamente vi scrivo dentro parole: quelle abusate e quelle non dette, le frasi mozzate e i pensieri snodabili. C'è spazio per ogni cosa su questa lavagna e, se non fosse così, potrei continuare a bruciare per ottenere altra polvere.
L'intento è quello di purificare il significato di ciò che dico e di quel che sono, perché, con buona pace di Robert De Niro, non siamo altro che chiacchiere o, come disse Caio Titus, verba. Nel mio caso, però, le parole non volano, vanno a fondo. Per scelta, necessità e destino: tre modi validi per farsene una ragione.




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2 febbraio 2012
Do, do, do. Intonato?


Scrivo a occhi chiusi come un pianista dalla tecnica perfetta ma privo di spartito e capacità di improvvisare. Rispetto al suddetto artista, però, sono più fortunato: non ho nessuno - ahimè! - che possa fischiarmi mentre posseggo la consapevolezza di riuscire, se il caso lo necessitasse, a rintracciare il tasto cancella, così da rendere verginale questo inutile farfugliare. Non irrazionale però, poiché mi rendo conto di cercare un ordine anche nell'impulsività. Metto in riga i gesti più inconsulti così da trasformarli in danza contemporanea: comunque inconsulti, certo, ma stavolta pensati e dunque accettabili.

Dentro e fuori di me, invece, di accettabile credo ci sia ben poco, ma resistere è il verbo e mimesi l'arte e quindi si va avanti. Tra l'altro l'ho anche promesso - a chi? quando? perché? - e questo genere di cose si usa mantenerle, perché farlo è un po' come abbracciare la resistenza.
Male che vada, poi, potrò continuare a vomitare qui e, se qualcuno dovesse chiedere, rispondere che scrivere è solo scrivere, mica vivere. Infatti.




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1 febbraio 2012
On the inner road


Quarta, quinta. La sesta non c'è. Ormai dovrei saperlo bene, come dovrei anche rendermi conto che quella che ho tra le mani e sotto il piede - ma in fondo è lei ad avermi - è soltanto un'utilitaria che, in quanto tale, a centoquaranta può arrivarci solo in quinta.
Ormai, che parola: definitiva più che definitoria. Sì, perché chi la usa in genere è più interessato a mettere sigilli e soffiare sull'inchiostro dei titoli di coda, che a specificare i confini dell'incomprensione, per non rischiare di vedere messe in discussione quelle certezze che sono condizione necessaria, ma insufficiente, per poter sbagliare. Quante volte ho pensato anch'io di dirla, quante quelle in cui continuerò a trovare modi alternativi per sbagliare.

L'acqua e le buche suggeriscono prudenza, l'altezza dei ponti minaccia e attrae per la sua condizione di liminalità. Il parabrezza in movimento, invece, potrebbe essere un pendolo e io, fingendo ingenuità, mi lascio ipnotizzare.
Viaggiare a questa velocità fa bene perché l'Ansia, nella sua ingombrante e tuttavia mimetica presenza, rimane indietro lasciando scie come olio di un motore che vorrebbe non saperne più. Meccanici liquidi umorali.
Però non sono sicuro di essere il primo in questa corsa. Anzi, ho il sospetto di essere il secondo o l'ultimo. Forse sto solo inseguendo. Corro, corro, corro, ma sembra avermi seminato. Dove sarà finito? Ma soprattutto, chi è?
Non importa, ho urgenza di continuare a schiacciare sull'acceleratore. Prima o poi ce la farò, ma adesso una pausa. Ecco un autrogrill.

«Una Mafalda, grazie».
«...»
«No, no, sono vegetariano. O meglio, vorrei diventarlo».

Non trovo il portafogli, ma riuscirò comunque a recuperare qualche moneta dalla tasca.

«Offro io, per questa volta. Avrai modo di ricompensarmi in futuro».

L'Ansia pagò il conto con monete da un centesimo e il rumore del nichel assorbì tutto.




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1 febbraio 2012
Inazione


Trasformare una lunga ciocca di capelli in una margherita, senza badare al colore. Spogliarla di petalo in petalo, affidando a questo improvviso autunno l'onere del responso. La mia inazione.



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DIARI
29 gennaio 2012
Pendant


Con gusto ricercato, mi vesto di parole per andare a una festa in un'isola deserta. Troverò qualcuno? 



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DIARI
29 gennaio 2012
Guardami, mi vedi?


Fissare un punto indefinito dello spazio mi sembra il modo migliore per traslocare la vista, spostando gli occhi una decina di centimetri più su, in un luogo dove non c'è bisogno di alcuna cavità per riuscire a vedere.
Guardare con la mente è qualcosa di diverso dal semplice immaginare: sul telo bianco e invisibile che mi si srotola davanti - ma in una posizione comunque interna alla coscienza - vengono proiettate immagini che, se in apparenza appaiono bidimensionali, in realtà sono più simili agli stereogrammi. Abbandonarsi a questo giogo mi conduce verso profondità inattese, dove ad agire non è più la volontà ma qualcosa di molto più labile e autonomo, imprevedibile come tutto ciò che ci possiede senza appartenerci.

Precipitando all'interno di questi quadri in movimento, il mio ruolo varia di momento in momento: protagonista, comparsa, semplice ornamento. Sono strappi di vita reale e possibile, ma è proprio quest'ultimo dettaglio a definire la loro distanza: potrebbero accadere, ma non esistono o perlomeno non adesso.
In questi luoghi i sensi hanno contratti part-time, servono ma fino a un certo punto: in realtà, non vedo, non sento, non annuso, non gusto e non tocco; eppure è come se le mie pupille si dilatassero per assorbire quanta più luce possibile, capita di abbandonarmi all'ascolto di racconti incredibili, mi stupisco per la delicatezza di certi profumi, mordo e sfioro.
Tutto ciò può durare pochi minuti ed apparire eterno, anche se mai a sufficienza.




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DIARI
25 gennaio 2012
La tabellina di Dante


3.33, qualsiasi posto che non sia questo.

L'ora di Dante, che sciocchezza! Tra le tante dette, questa è certamente una delle più riuscite; dunque, una delle peggiori. E la sua stolidità non viene di certo mascherata da un velo di letterarietà: il mio rapporto con la Commedia, infatti, è simile a quello che si ha con le tabelline, mnemonico e a saltare.
A pensarci bene, esso avrebbe da spartire qualcosa anche con le filastrocche: tre tigri mangiano trentatré trentini.
Tra l'altro, mi sento di poter azzardare che settecentodiciotto anni fa, a quest'ora della notte, il mio coetaneo Durante di Alighiero degli Alighieri probabilmente non faceva altro che dormire, e con lui milioni di altri anonimi sognatori. Che invidia, specialmente per questi ultimi.

Avrei voglia di immaginare qualcosa di - letteralmente - straordinario, ma non mi riesce. Che siano pensieri verbosi o visioni sintetiche non importa, ho la costante sensazione che ogni parvenza di originalità si disperda non appena la mente afferra il frutto di questo vagheggiare.
O sarebbe meglio dire vaneggiare? Cambia poco poiché, nel caso specifico, a saltare agli occhi più che l'assonanza è la sinonimia.

Paolo, Francesca e un libro galeotto. Beati loro. Nei testi che mi circondano, da condannare al massimo ci sarebbero gli autori: li vedrei bene tutti incolonnati a remare nelle galee, per espiare la colpa seguita all'avermi rubato tempo e denaro.
In verità un libro che merita il mio apprezzamento c'è ed è uno di quelli di cui mi piace pensare che sarei potuto esserne l'autore. Chissà se si tratta di un libro deprimente. In ogni caso, è una fortuna che qualcuno lo abbia scritto prima di me.

Volevo scrivere di caffè, ma ho desistito dopo aver constatato come per ben sette volte - e con questa fanno otto - io ne abbia già parlato. Forse, però, avrei fatto bene a ripetermi perché, quel che in cambio ne è uscito, non è altro che un mucchio di frasi disoneste: quando sto per cliccare sullo sciagurato tasto 'pubblica', infatti, non è più l'ora delle cantiche e dei canti. E se non bastasse questo a dimostrare l'insincerità del tutto, allora ammetto anche di essere sempre stato qui.
Prima, dopo, Durante.



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DIARI
18 gennaio 2012
Poco più in là dell'indecenza


Chissà dove si trovava Bunuel nell'inverno del 1962 o poco prima. Magari era proprio lì su una panchina, fregandosene di informare i suoi futuri biografi, intento a prendere spunto per l'Angelo sterminatore. O forse era da tutt'altra parte e quella di cui sto per parlare si tratta semplicemente di un caso di omonimia ultraterrena.
In effetti, nel luogo a cui mi riferisco, al posto di una sala da pranzo frequentata da aristocratici vi è una piccola piazza con pochi perditempo. Proprio da lì, parte una strada dritta e visibile a tutti, ma non per questo percorsa. Poche centinaia di metri senza sbocco, introdotti da un segnale che avverte della possibilità che dall'alto frani qualcosa. O dall'interno.
Credo che sia il timore di imbattersi in questa seconda esperienza, meno tonante della prima ma ugualmente polverosa, a sconsigliare i più. Almeno nelle stagioni fredde. Tuttavia c'è anche chi, intrepido, corre il rischio per noia o perché alla ricerca di un alibi.

Alibi è una di quelle parole che più guardo e più mi sembrano strane, come se in verità la loro forma corretta dovesse essere un'altra. A quanto pare, però, si scrive proprio così: alibi.
In fondo, potrebbe darsi che ciò che gli occhi avvertono come inesatto non è altro che il sintomo di un errore commesso a un altro livello. Un'imperfezione lessicale, magari. Forse se al posto di alibi avessi detto armonia la sensazione sarebbe stata diversa. Ma mettiamo da parte le parole e ritorniamo alle cose, reali e non.

Chi si incammina per la suddetta via non può fare a meno di portarsi dietro se stesso, con tutto quello che ciò comporta. Il resto, invece, da quelle parti accade incurante della presenza di eventuali nuovi ospiti. Tutto in silenzio e senza motivo, ma proprio per questo in modo imprescindibile e necessario.
Vi è una sedia vuota sul ciglio di una porta serrata con una catena arrugginita, finestre chiuse che non rispondono a nessuna richiesta di riservatezza, acqua e pietra sulla sinistra, pietra e acqua sulla destra. In quest'ultimo caso, le uniche differenze stanno nella quantità degli elementi e nella concentrazione del sale. Dettagli, come quelli che differenziano il mare dalla terra.
All'ombra di un camion sporco di farina, quattro gatti giacciono in circolo indifferenti l'uno all'altro, ma comunque insieme. Provo ad avvicinarmi: nessuno pare avere intenzione di occuparsi del nuovo arrivato. Poi, d'un tratto, uno si alza e scappa più in là. Torniamo a essere in quattro e ci guardiamo di sbieco ma senza indolenza.
Sugli scogli due donne, con i piedi nudi e fattezze tali da indurre a fantasticare sul loro passato,
respirano e vivono. Io le supero, limitandomi a chiedere alla mia intuizione soltanto quanti anni possano avere.
Molto più lontano - ovvero in quel punto dove la pigrizia viene sconfitta dall'ostinazione - tre grosse pietre, bagnate per metà dalle onde, emettono fumi solforosi di cui sembrano godere altrettanti granchi.

Ritornato sulla terraferma - perché quella degli scogli stabile di certo non è - il più piccolo dei gatti viene messo in fuga da uno stormo di colombi.
Sarà possibile prendere un caffè da queste parti?
La ricerca, che si rivelerà infruttuosa, mi dà il tempo per assistere all'arrivo di un autobus vuoto e alla mimica di due pescatori che, dall'altra parte del molo, sembrano mettere in atto qualche rito propiziatorio. Dietro di essi, su un muro, campeggia una dedica al duce con una croce celtica realizzata in modo tale da sembrare una boa.

Mi dirigo verso l'auto, accompagnandomi ad altre persone che appartengono a irrealtà fatte di celluloide o poco altro. Mentre mi preparo per il ritorno nell'indecenza, scrivo col pensiero questa storia di cui, dunque, quella qui presente non è altro che una brutta copia.




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DIARI
11 gennaio 2012
Letisia piovana


Ha ripreso a piovere, piano e a intermittenza che ti viene da guardare al cielo per assicurarti che si tratti soltanto di acqua. Magari un po’ acida, ma pur sempre acqua.
Se questa sera non fossi fortunato, probabilmente riuscirei ad arrivare fino al portone perfettamente asciutto. Ma non è così e dunque non c’è bisogno che io saltelli qui e lì, come si faceva tanti anni fa lanciando una pietra non prima d’aver tracciato, per terra e con il gesso, rettangoli numerati.
Il freddo punge la gola e la luce della notte, lontano dai lampioni, sembra quasi pulita. Da qualche parte, dietro una nuvola o un palazzo, la luna è ancora piena.
Ho perso il conto delle volte in cui ho tagliato in diagonale questa piazza, di giorno sporca di gente, di notte sporca e basta. Tenere un tal genere di bilancio, tuttavia, sarebbe stato superfluo perché in fondo si tratta semplicemente del cammino più breve.
Svoltando l’angolo, la pioggia si fa più forte e, serena, bagna un muro su cui una esse è stata confusa con una zeta. Le stelle qui non si vedono o semplicemente non esistono.

Pochi secondi, qualche movimento ripetitivo e l’acqua rimane fuori. In questa stanza, complice una stufa che sputa aria polverosa, fa decisamente più caldo.
Questa notte porterà con sé la colpa per una fotografia non scattata e l’insicurezza data dal non sapere se domani ci sarà la stessa luce o se, invece, sarò io a essere diverso.
Me lo chiedo, con il bicchiere vuoto e il vino finito.    




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DIARI
18 novembre 2011
Punti di vista o esercitazioni all'optotipo


Ci sono tentazioni a cui bisognerebbe saper rinunciare, non me ne voglia il buon - anche se lui avrebbe preferito di certo 'bel' - Oscar Wilde. Uno di quelli che ho sempre tenuto a debita distanza, un po' per partito preso, un po' per intuizione, che poi sono pressapoco la stessa cosa. Wilde, uno di quelli a cui forse è venuto il momento di rivolgere la parola.
Tra le cose che non si dovrebbero mai fare c'è il lasciarsi stuzzicare dalla possibilità di creare aforismi su due piedi, fatti per giunta di quella materia particolare che va sotto il nome di aria fritta. Ma si può fare anche di peggio come ad esempio credere all'attendibilità dei suddetti aforismi, soltanto perché esteticamente belli.
Un esempio ero riuscito a forgiarlo poche ore fa, ma subito dopo l'ho dimenticato. Come del resto tante altre cose.
Quel che importa è sapere che dietro a una frasetta a effetto spesso si cela una beffa o un raggiro. Non che ciò debba accadere a causa della malizia di chi li crea, anzi questi ultimi sono le prime persone a cui bisognerebbe fare una carezza. Semmai vi dovesse capitare di trovarvi accanto a un friggitore di aforismi, donategli qualche secondo della vostra vita e abbracciatelo con sincera compassione. 
Pensare di riuscire a sintetizzare una parte dell'esistenza, fisica o mentale che sia, in un numero conciso di parole disposte in un ordine ben preciso, è sintomo di tenera ingenuità più che di presunzione.

Spesso basta poco per accorgersi che la presunta verità rivelata da un aforisma potrebbe essere completamente ribaltata, risultando comunque altrettanto valida. E questo qui è uno di quei dati di fatto che, di volta in volta, può rassicurare ma anche inquietare.
Sarebbe bello riuscire a far fluire da dentro verso l'esterno significati che se non puri, almeno siano comprensibili. E alla stessa maniera fare proprie le parole che giungono da fuori, dando una lettura se non univoca, almeno condivisa.
Qualcuno obietterà che il mio è un inno al transumanesimo o al mondo delle macchine tout court. Ma non è così. Basterebbe solo un po' più di attenzione ed empatia.
Li chiamano punti di vista: ecco, sarebbe bello se ci si sforzasse di accettare l'esistenza di più prospettive, con l'impegno reciproco, però, di non trasformare in alibi quella che dovrebbe essere una semplice constatazione della natura delle cose.
In definitiva si potrebbe dire che la polisemia è una moneta preziosa, ma proprio per questo bisogna fare attenzione ai sovradosaggi per non rischiare la svalutazione. Di tutto.



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DIARI
14 novembre 2011
Finzioni con l'interlinea


C'è chi si crede simile all'eroe di un romanzo, chi fa di tutto per rivedersi nel protagonista di un film - e, a tal proposito, ci sarebbe da giurare sul recente aumento di richieste ricevute dai dentisti, affinché affilino canini troppo smussati -, chi fantastica sul contenuto di una canzone.
Io credo di aver fatto tutte queste cose e non solo una volta. 
In questo momento, però, mi sento come una sensazione. Una in particolare. Una di quelle che, ogni tanto, si provano mentre si legge. Non saprei bene come descriverla, ma ci proverò lo stesso. Oramai è un mantra. 

Capita a volte di trovarsi davanti un personaggio - uno qualsiasi, non importa se importante o meno - che compie un'azione o dice qualcosa che, a primo acchito, non sembra nascondere alcuna ambiguità, ma che dopo un po' non riesce a convincere della sua onestà.
Il tipo in questione potrebbe aver bevuto un caffè, fumato una sigaretta, ucciso qualcuno: cambierebbe poco. Non è l'entità di ciò che ha fatto, che contribuisce a dare vita alla sensazione in questione, bensì il modo in cui sono disposti i pezzi di cui si compone la scena. Se si trattasse di un dipinto si potrebbe dire che a contare non è il soggetto ritratto, ma i colori utilizzati.
Un'ipocrisia quasi ontologica, di cui probabilmente non potrebbero essere accusati né l'autore, né il personaggio in sé.
Inutile dire che lo stesso vale per ciò che viene detto: a essere pronunciata può essere la più oggettiva delle verità o la più viscida e non giustificata delle bugie; la sensazione se ha da nascere, lo farà.
Qualcuno potrebbe dire 'Sta piovendo' e, subito dopo, le pagine del libro iniziare a diventare a pois per via delle gocce, ma non potremmo comunque fare a meno di notare lo stato di irrealtà in cui ciò si manifesterebbe.

Questo genere di esperienza - così fastidiosa ma forse, allo stesso tempo, necessaria per mantenere le distanze tra vita e sogno - è più frequente quando si ha a che fare con trame verosimili.
Tu, lettore, sei lì quieto, intento a leggere qualcosa che riesci quasi a vedere con gli occhi della mente, quando, a un tratto, succede qualcosa che fa inceppare il fluire delle immagini. E quando questo accade, non c'è verso di cambiare le cose. Inutili sono gli sforzi di empatia o la volontà di cambiare prospettiva, spogliandosi di quei ricordi ed esperienze che potrebbero rendere difficoltosa la comprensione.
L'unica cosa che rimane da fare è prendere per buono ciò che si è letto, fare buon viso a cattivo gioco, fingersi creduloni.
Ecco, io mi sento così ma con una piccola differenza: a suonare strana non è una battuta o uno sguardo. Sono intere pagine. Forse capitoli.

E se mi fossi semplicemente rincoglionito? 



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DIARI
14 novembre 2011
Bandiera bianca


Come in un carnevale fuori tempo stanno lì assumendo espressioni gotiche e fattezze antropomorfiche, anche quando si sarebbe in diritto di spergiurare sull'assenza di vita di cui dovrebbero godere.
In alcuni casi, a voler esser sinceri, si tratta di creature umane a tutti gli effetti, ma la loro marginalità nella mia vita è tale che, in linea teorica, potrebbero essere equiparate a bomboniere di dubbia provenienza. Ricordi superflui di eventi a cui si sarebbe fatto volentieri a meno di prendere parte.
Non me ne vogliano gli anonimi citati: si tratta letteralmente di un giudizio di valore. Nessuna pretesa di oggettività, ma solo una valutazione sulle distanze che da loro mi separano. O da esse?
Così dovrebbe essere. E uso il condizionale perché, invece, da tempo la periferia della mia esistenza pare essersi ristretta o, tutt'al più, sarà stato il centro a espandersi. Ogni cosa parla, e lo fa in una lingua chiara ed enigmatica allo stesso tempo.
Qualcuno li chiamerebbe segnali, ma non sono certo che sia il termine corretto. Si tratta di frasi dettagliate, parole inequivocabili, allusioni dal sapore di denotazioni.
Eppure mi manca la capacità di fare sintesi - e la prolissità in questo caso non c'entra nulla -, di riunire i pezzi e rispondere all'unica domanda che conta: perché?

Mi sono sempre considerato uno scettico che ama strizzare l'occhio allo stupore, ma qui mi pare che si siano superati i limiti. La piacevolezza della constatazione cede il passo al fastidio dell'impazienza.
Mi rivolgo direttamente a voi: prendete la mia come una supplica, se lo gradite, ma finitela. O meglio, continuate pure ma fatemi capire di più.
Se è un indovinello, sappiate che mi arrendo. Quindi, adesso, datemi la soluzione.
Per favore.

 



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DIARI
11 novembre 2011
Tracce di assenza


Le spalle stanche, il collo contratto, la schiena dolorante per non sentirsi diversa. Stanchezza.
Mi ci vuole un bagno caldo. Litri di spreco, schiumanti all'avena o al miele, non importa. Nell'acqua in cui mi immergo, la fragranza non appartiene al regno delle scelte. Il profumo è una prescrizione formulata da aromaterapeuti che si fanno pubblicità dalle pagine degli opuscoli del sottocosto.
In casi come questi, sta al corpo adattarsi alla cura, sviluppando il corrispondente acciacco.
L'acqua dovrà essere calda per sciogliere le tensioni e perché fredda nemmeno d'estate. Non saprei dare un numero alla temperatura, quel che conta è che, entrando in contatto con essa, si debba far fatica a proseguire in questa sorta di intimo battesimo. Per Bibbia, un romanzo. Potrebbe essere uno come tanti, ma non stavolta.

Una scena da immaginare ancora prima che da vivere, un desiderio che promette di non disattendere le aspettative. Ma qualcosa va storto. Cosa?

L'acqua è pesante, non sembra nemmeno liquida e il calore stende una coltre di vapore sopra la sua superficie, quasi a voler ricordare la mano fantasma che blocca le fughe nei sogni. Negli incubi. Nella vita.
A guardarla bene, nemmeno la vasca sembra essere quel che è. Mi ricorda una bara, poco prima di essere chiusa per sempre con sigilli di umidità. Chissà dopo quanto tempo si deformerebbe il mio corpo se morissi qui dentro, adesso.
Non so dire se è per colpa dell'aria pesante o di questi pensieri che fanno levitare la mia mente, fino a farla emigrare, ma gli occhi continuano a ripercorrere la stessa riga per un numero indefinito di volte al punto che quella che, a prima vista, era sembrata una frase semplice, dopo un po' pare non avere più alcun significato. Come se lo sguardo, dopo ogni passata, avesse asportato uno strato di senso alle parole, lasciando sul foglio solo una quantità precisa di inchiostro. Tra le mani non ho più l'opera di uno scrittore ma il lavoro di un tipografo.

Mi gira la testa, forse ho esagerato a riempire la vasca quasi totalmente. Non avrei dovuto sottovalutare l'alta marea, ma in fondo questo è il giusto contrappasso per chi deride gli tsunami alti una manciata di centimetri. Ci vuole prudenza, se non si vuole essere travolti. E qualora questa non bastasse, bisogna fare di più. Tolgo il tappo.
Il livello dell'acqua inizia a scendere e con esso ritorna giù anche la mia mente. Potrei riprovare a leggere, ma farlo in una vasca vuota sarebbe un inutile omaggio al postmodernismo. E io, in questo momento, non sono in vena di tributi. Devo uscire da qui.
Mi metto in piedi, la pressione non capisco se salga o scenda, ma di certo ferma non rimane.

Finalmente fuori.
Dietro di me c'è solo una vasca vuota. Niente acqua, solo schiuma che brulica - un verbo può diventare un'onomatopea fregandosene del proprio signifcato? - qui e lì.
Tracce di assenza. Dovunque.
 




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DIARI
6 novembre 2011
Pieghe notturne


Il riflesso alla finestra è più denso del solito, basta poco a trasformare un vetro in uno specchio se la mente è ripiegata su se stessa. Origami cognitivi dove non c'è posto per i sensi, costretti a rimanere fuori come il lampione che illumina un orizzonte di cemento distante quattro metri. Eppure lontano, al di là di questa siepe urbana, ci dovrebbe essere il mare.
La luce gialla dora l'asfalto lucido d'acqua ferma. Quieta, acqua che sa di silenzio. Ma non di pace. 
A nord, la morte cade dal cielo e scorre per le strade. E' lo stesso liquido, più putrido.
Perché cantino i galli alle tre di notte non è dato saperlo, ma è anche vero che la stessa riflessione potrebbero farla essi sul mio conto, anche se in questo caso mi appiglierei al fatto che la mia ugola rimane a riposo. Tuttavia, considerato che nel pollaio non c'è connessione a banda larga, il problema non si pone. Lo chiamano digital divide.
A tal proposito credo che l'ora propizia, per ragionare sui divari e il non compreso, sia arrivata; il luogo, invece, è sempre lo stesso: una cella soffocante che profuma di limoni.




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DIARI
3 novembre 2011
Buon onomastico


Un uomo era totalmente preso dall'attimo: svitare quella minuscola vite - che a occhio nudo sarebbe parsa a tutti un ago dritto e pungente, senza vortici che potessero farla sprofondare con delicatezza - contava più di ogni altra cosa. Era un orologiaio e non aveva nome.
O almeno cosi era per quelle poche persone che, di tanto in tanto, gli si rivolgevano per cambiare le batterie del proprio contatempo, oppure - in genere ad avanzare queste richieste erano i più scortesi - chiedendo di sostituire il cinturino, come se bastasse un lembo di pelle a rinnovare. Una volta, una donna, giovane nell'aspetto ma meno negli occhi, gli domandò:
«Potrebbe portare indietro le lancette?», senza dire di quanto e perché. 
Pure quel giorno non gli fu chiesto come si chiamasse e lui non se ne crucciò; anche se, a essere onesti, la particolarità di quel desiderio gli aveva concesso l'opportunità di immaginare un altro esito. Ma solo per poco. Viveva in una grande città e vi erano talmente tanti nomi che ogni giorno si avvicinavano, separavano e sovrapponevano, da far sì che non vi fosse nulla di cui stupirsi se chi entrava in quel buco, illuminato soltanto per metà, non avesse tempo per giocare con l'onomastica.

In quegli stessi secondi, dall'altra parte della strada ma fuori dalla visuale dell'orologiaio - che comunque non avrebbe avuto modo di accorgersi di nulla, poiché per lui vi era soltanto la vite -, un uomo sputò a terra e prese a calci un cane. Ebbe modo di dargliene soltanto uno perché il cane scappò via. E poi un attimo non è granché, se si bada alla quantità. 
Un po' più oltre, davanti a una buca delle lettere, una mano teneva una busta proprio davanti alla bocca di lamiera che, disgraziata, non aveva ben capito quale fosse il suo destino: ingoiare o vomitare?
A distanze siderali, infine, - in una terra dove gli orologi segnavano numeri diversi - quella stessa donna, meno giovane nell'aspetto ma identica negli occhi, aveva iniziato a far defluire il sangue dai propri polsi. Il sonno pervasivo andava avanti, le pillole acquistate la sera prima si erano rivelate davvero un prodotto di qualità.
Anche se avesse scelto di gridare o chiamare qualcuno, non ci sarebbe riuscita perché la mente era appannata e sembrava aver perso tutti i nomi.
Morì, ma prima ebbe il tempo di ricordare - senza capire il perché di ciò - la volta in cui aveva tanto desiderato chiedere a quello strano orologiaio, immerso in quei continui ticchettii, come si chiamasse. Ma accadde a dieci ore di volo da casa e lei, purtroppo, non era mai stata brava con le lingue.
L'odore di ferro si diffuse, lei desiderò trattenere quell'immagine, senza riuscirci. Era troppo tardi.
 
 




permalink | inviato da Dexter il 3/11/2011 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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