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DIARI
8 febbraio 2012
Io e te, duecento pagine o poco meno


La colpa ha un nome, un cognome e un naso pendente, anche se non ricordo in quale direzione.
Conobbi Vitangelo Moscarda poco meno di vent'anni fa mentre mi trovavo in un posto lontano da qui, uno di quelli reali non solo nella mia mente. Era sera e, a dispetto di quel che mi stava attorno, c'era un fresco estivo e una tranquillità da terza età appagata o rassegnata. Io, invece, mi trovavo appena nella tappa d'esordio di questa corsa senza meta che è la vita, dove chi vi partecipa continua a pedalare più per la curiosità di capire quale curva ci sarà dietro la prossima, che per un reale interesse di arrivare al traguardo. Limite contrassegnato, peraltro, non da una bandiera a scacchi ma da un vessillo piratesco.

Erano i giorni che covavano la doppietta di Baggio alla Nigeria e Gengè - così, dopo un po', mi parve di capire che usasse chiamarlo la moglie - giaceva bianco e anonimo in mezzo a una confusione di bancarella; condizione questa che a posteriori mi sembrò caratterizzata da un'ineluttabilità tale da annullare qualsiasi moto emotivo nei confronti delle sorti di quel bancario smagrito.
Né compassione, né simpatia o repulsione, quando una cosa viene ricoperta dal cemento dell'inesorabile, si solidifica e diventa parte del paesaggio. Come un nuovo palazzo che va ad appesantire un altro squarcio di orizzonte: lo si accetta e basta; anzi, dopo qualche tempo, diventa quasi necessario. Perché ci sono volte in cui trovare punti di riferimento diventa un'urgenza e non si ha tempo per cercare la Stella Polare.

Vitangelo e io ci perdemmo prima di quando, forse, avremmo dovuto. Le nostre strade si separarono intorno a pagina duecento e io non ho mai saputo se sia morto o riesca ancora a fissarsi allo specchio. Oggi probabilmente la sua vista sarebbe più debole di un tempo, ma sono certo che mi riconoscerebbe se solo volessi incontrarlo nuovamente. Ma non lo farò, e non lo farò semplicemente perché è giusto che sia così.
Quei pochi giorni di giugno furono sufficienti per donarmi la sua condanna o - se lo si preferisce - per accarezzare la superficie della mia, all'epoca ancora in nuce. Con cura, fino a lucidarla.

Adesso non ho più bisogno di lui. So volare sulle mie ali e dare del tu ai miei demoni che dal canto loro, nel frattempo, hanno saputo perfezionarsi e crescere. Convivenza ineluttabile e rispettosa, come quella tra i libri della bancarella dove Vitangelo - quale tra i centomila e forse più? - stava ad aspettarmi, buona parte di una vita fa.

(Nell'immagine: Francis Bacon, Ritratto di George Dyer)       



permalink | inviato da Dexter il 8/2/2012 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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