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DIARI
18 gennaio 2012
Poco più in là dell'indecenza


Chissà dove si trovava Bunuel nell'inverno del 1962 o poco prima. Magari era proprio lì su una panchina, fregandosene di informare i suoi futuri biografi, intento a prendere spunto per l'Angelo sterminatore. O forse era da tutt'altra parte e quella di cui sto per parlare si tratta semplicemente di un caso di omonimia ultraterrena.
In effetti, nel luogo a cui mi riferisco, al posto di una sala da pranzo frequentata da aristocratici vi è una piccola piazza con pochi perditempo. Proprio da lì, parte una strada dritta e visibile a tutti, ma non per questo percorsa. Poche centinaia di metri senza sbocco, introdotti da un segnale che avverte della possibilità che dall'alto frani qualcosa. O dall'interno.
Credo che sia il timore di imbattersi in questa seconda esperienza, meno tonante della prima ma ugualmente polverosa, a sconsigliare i più. Almeno nelle stagioni fredde. Tuttavia c'è anche chi, intrepido, corre il rischio per noia o perché alla ricerca di un alibi.

Alibi è una di quelle parole che più guardo e più mi sembrano strane, come se in verità la loro forma corretta dovesse essere un'altra. A quanto pare, però, si scrive proprio così: alibi.
In fondo, potrebbe darsi che ciò che gli occhi avvertono come inesatto non è altro che il sintomo di un errore commesso a un altro livello. Un'imperfezione lessicale, magari. Forse se al posto di alibi avessi detto armonia la sensazione sarebbe stata diversa. Ma mettiamo da parte le parole e ritorniamo alle cose, reali e non.

Chi si incammina per la suddetta via non può fare a meno di portarsi dietro se stesso, con tutto quello che ciò comporta. Il resto, invece, da quelle parti accade incurante della presenza di eventuali nuovi ospiti. Tutto in silenzio e senza motivo, ma proprio per questo in modo imprescindibile e necessario.
Vi è una sedia vuota sul ciglio di una porta serrata con una catena arrugginita, finestre chiuse che non rispondono a nessuna richiesta di riservatezza, acqua e pietra sulla sinistra, pietra e acqua sulla destra. In quest'ultimo caso, le uniche differenze stanno nella quantità degli elementi e nella concentrazione del sale. Dettagli, come quelli che differenziano il mare dalla terra.
All'ombra di un camion sporco di farina, quattro gatti giacciono in circolo indifferenti l'uno all'altro, ma comunque insieme. Provo ad avvicinarmi: nessuno pare avere intenzione di occuparsi del nuovo arrivato. Poi, d'un tratto, uno si alza e scappa più in là. Torniamo a essere in quattro e ci guardiamo di sbieco ma senza indolenza.
Sugli scogli due donne, con i piedi nudi e fattezze tali da indurre a fantasticare sul loro passato,
respirano e vivono. Io le supero, limitandomi a chiedere alla mia intuizione soltanto quanti anni possano avere.
Molto più lontano - ovvero in quel punto dove la pigrizia viene sconfitta dall'ostinazione - tre grosse pietre, bagnate per metà dalle onde, emettono fumi solforosi di cui sembrano godere altrettanti granchi.

Ritornato sulla terraferma - perché quella degli scogli stabile di certo non è - il più piccolo dei gatti viene messo in fuga da uno stormo di colombi.
Sarà possibile prendere un caffè da queste parti?
La ricerca, che si rivelerà infruttuosa, mi dà il tempo per assistere all'arrivo di un autobus vuoto e alla mimica di due pescatori che, dall'altra parte del molo, sembrano mettere in atto qualche rito propiziatorio. Dietro di essi, su un muro, campeggia una dedica al duce con una croce celtica realizzata in modo tale da sembrare una boa.

Mi dirigo verso l'auto, accompagnandomi ad altre persone che appartengono a irrealtà fatte di celluloide o poco altro. Mentre mi preparo per il ritorno nell'indecenza, scrivo col pensiero questa storia di cui, dunque, quella qui presente non è altro che una brutta copia.




permalink | inviato da Dexter il 18/1/2012 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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